Gay & Bisex
Tre settimane prima
Bolognavoglia
04.02.2026 |
839 |
2
"Pulsava, scaricava getto dopo getto, così tanto che sentivo il suo seme colare fuori intorno al suo cazzo ancora sepolto dentro..."
Tre settimane prima. Quella sera pioveva forte, un temporale estivo che batteva sulle vetrate colorate della chiesa come se volesse entrare. Io ero l’ultimo penitente. Mi inginocchiai nel confessionale con il cuore che martellava, le mani sudate. Non sapevo ancora che quella confessione avrebbe cambiato tutto.«Beneditemi, Padre, perché ho peccato…»
Gli raccontai tutto. Le fantasie che mi tormentavano da mesi, il modo in cui guardavo i ragazzi più grandi in palestra, il senso di colpa che mi divorava ogni volta che mi toccavo pensando a un uomo. La voce mi tremava. Lui ascoltava in silenzio, poi, quando finii, disse solo:
«Vieni in sacrestia. Parliamo a quattr’occhi.»
La sacrestia era buia, illuminata solo da una lampada da tavolo. Odore di incenso vecchio, legno lucidato, cera di candele. Padre Antonio chiuse la porta a chiave dietro di sé. Era alto, spalle larghe, capelli grigi tagliati corti, barba corta e curata. La tonaca nera gli cadeva addosso come una seconda pelle. Mi guardò a lungo, poi si avvicinò.
«Hai paura?»
Annuii.
«Bene. È giusto avere paura la prima volta.»
Mi prese per il mento, mi alzò il viso. Le sue dita erano ruvide, calde. Mi baciò. Fu un bacio lento, profondo, che sapeva di vino della messa e di desiderio trattenuto per anni. Mi spinse contro il mobile delle pianete, le mani grandi che mi slacciavano la cintura, che abbassavano i jeans fino alle ginocchia. Quando sentì che non portavo mutande, emise un verso basso, quasi un ringhio.
«Sei venuto preparato, figliolo.»
Mi girò, mi piegò sul tavolo. Il legno freddo contro la guancia. Sentii il fruscio della tonaca che si apriva, la zip dei suoi pantaloni. Poi il calore del suo cazzo che mi premeva tra le natiche, grosso, pesante, già duro. Mi leccò due dita e le spinse dentro di me, lentamente, con pazienza crudele.
«Respira. Lasciati andare.»
Faceva male. Bruciava. Ma lui non si fermò. Entrò con un dito, poi due, aprendo, allargando, preparando. Io gemevo piano, le nocche bianche strette al bordo del tavolo. Quando tolse le dita e sentii la punta del suo cazzo premere, il mio corpo si irrigidì.
«Shh… sei mio adesso.»
Spinse. Un solo colpo deciso, implacabile. Entrò fino in fondo in un’unica spinta lunga. Urlai, soffocato contro il braccio. Era enorme, mi apriva in due. Sentivo ogni centimetro, ogni vena, il calore bruciante. Lui rimase fermo dentro di me, ansimando, lasciandomi abituare.
«Bravo… così… prendi tutto il tuo Padre.»
Poi cominciò a muoversi. Lento all’inizio, quasi reverente. Ogni affondo mi strappava un gemito strozzato. Il dolore si trasformò piano in qualcosa di caldo, liquido, insopportabile. Il tavolo cigolava. Il mio cazzo duro sfregava contro il legno liscio. Lui mi teneva per i fianchi, le dita affondate nella carne, e scopava con ritmo sempre più profondo, sempre più possessivo.
«Dimmi che lo vuoi.»
«Lo voglio… Padre… vi prego…»
Accelerò. Il suono bagnato della carne contro carne riempiva la sacrestia. Mi prese per i capelli, mi tirò la testa indietro. Il suo petto villoso contro la mia schiena, il suo fiato caldo sull’orecchio.
«Sei stretto… così stretto… fatto per me.»
Quando venne fu violento. Un ruggito basso, animale. Lo sentii gonfiarsi dentro di me, poi i primi schizzi caldi, densi, che mi riempivano. Pulsava, scaricava getto dopo getto, così tanto che sentivo il suo seme colare fuori intorno al suo cazzo ancora sepolto dentro. Rimase lì, ansimando, finché non fu vuoto.
Si ritrasse lentamente. Il rivolo bianco uscì subito, caldo, denso, mi colò lungo le cosce fino ai jeans abbassati. Mi girò, mi fece sedere sul tavolo. Si inginocchiò. La sua lingua si posò sul mio buco ancora aperto, leccando via tutto il suo piacere, succhiando piano, con devozione oscena. Io tremavo, gemevo, le mani tra i suoi capelli grigi.
Quando si alzò mi baciò di nuovo, facendomi assaggiare il sapore del suo seme sulla sua lingua. Mi strinse contro il petto, il cuore che batteva forte.
«Adesso lo sai,» mormorò contro le mie labbra. «Il tuo corpo è mio. La tua verginità è mia. Ogni volta che ti toccherai, sentirai ancora questo. Non c’è più ritorno, figliolo.»
Mi rivestì lui stesso, con una tenerezza strana, quasi paterna. Mi baciò sulla fronte.
«Torna tra tre settimane. Stesso giorno, stessa ora. E indossa qualcosa di bello per me.»
Uscii nella pioggia con le gambe che tremavano, il suo seme ancora caldo dentro di me, il sapore di lui in bocca.
E già sapevo che sarei tornato.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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